LUMEN - Vorrei parlare del film IL SOCIO con Tom Cruise. Alcuni lo considerano un legal-thriller, ma secondo me non è corretto, perchè anche se si svolge in uno studio legale, non ci sono i duelli di tribunale (obiezione vostro onore) tipici di quel genere.
COPILOT - È una distinzione molto sensata, Lumen. “Il socio” sembra un legal‑thriller solo in superficie, perché l’ambientazione è uno studio legale e la trama ruota attorno a contratti, fatture, frodi, FBI, ricatti. Ma se guardi alla struttura profonda, il film appartiene a un’altra famiglia narrativa.
Perché non è un legal‑thriller in senso stretto
Il legal‑thriller classico vive di:
- dialettica processuale
- scontri in aula
- strategie retoriche
- colpi di scena legati a prove, testimonianze, obiezioni
In “Il socio” tutto questo è assente. Non c’è un solo momento in cui la tensione si giochi sul terreno giuridico‑procedurale. Il diritto è sfondo, non arena.
Che tipo di film è, allora
È più vicino a un corporate thriller o a un conspiracy thriller:
- il protagonista scopre che l’istituzione che lo ha accolto è corrotta
- la minaccia è sistemica, non individuale
- la tensione nasce dalla sorveglianza, dal controllo, dalla paranoia
- l’azione si svolge in uffici, archivi, stanze chiuse, non in tribunale
- il conflitto è morale e strategico, non giuridico
In questo senso, il film è parente stretto di I tre giorni del Condor, Il socio di Wall Street, Michael Clayton, più che di A Few Good Men o Il momento di uccidere.
Il punto interessante
La scelta di eliminare il tribunale non è un difetto: è un modo per spostare il focus.
Il vero “processo” è interiore: Mitch McDeere deve decidere chi vuole essere, quanto è disposto a rischiare, e come muoversi in un sistema che lo sovrasta. È un film sulla cattura e sulla fuga, non sulla disputa legale.
LUMEN - Hai detto bene. Certo però che la trovata finale di Mitch, quella che gli consente di salvare la faccia (e la pelle) è un colpo di genio giuridico di altissimo livello.
COPILOT - È proprio lì che il film mostra la sua vera natura: non è un legal‑thriller, ma usa il diritto come arma narrativa, come leva strategica. E la mossa finale di Mitch è un esempio perfetto di come il film giochi sul piano sistemico, non su quello processuale.
Perché quella trovata è un colpo di genio giuridico
Mitch capisce una cosa che né la mafia né l’FBI hanno visto:
lo studio non è vulnerabile per gli omicidi, ma per la fatturazione gonfiata.
È un reato molto meno spettacolare, ma infinitamente più dimostrabile.
La sua intuizione è tripla:
- Non tradisce il segreto professionale.
Non rivela nulla dei clienti, non consegna documenti protetti.
Formalmente resta un avvocato impeccabile. - Colpisce lo studio dall’interno usando le sue stesse regole.
Se la fatturazione è fraudolenta, allora lo studio ha violato la legge federale.
E Mitch può denunciarlo senza violare alcun dovere etico. - Costringe la mafia a lasciarlo andare.
Perché? Perché la mafia può sopportare un avvocato che parla di omicidi (tanto non ha prove),
ma non può sopravvivere a un’indagine fiscale federale che parte da un avvocato “pulito”.
È un ribaltamento elegante: Mitch non vince contro il sistema, vince usando il sistema.
La cosa affascinante
Il film suggerisce che la vera forza del diritto non sta nei duelli in aula, ma nella struttura invisibile: norme, obblighi, fatture, procedure.
È un’idea molto vicina al tuo modo di leggere i sistemi complessi:
la potenza non è nel gesto eroico, ma nella leva nascosta che cambia gli incentivi.
Mitch non è un avvocato d’aula.
È un ingegnere del sistema.
E la sua fuga è un capolavoro di ingegneria normativa.
LUMEN - E adesso dopo i pregi (innegabili) passiamo ai difetti, sostanzialmente 2: il primo, Mitch è un po' troppo giovane e teoricamente inesperto per cavarsela in una situazione simile. Due: il personaggio interpretato da Hackman è un po' troppo tenero per il ruolo (vista anche l'età).
COPILOT - Sì, questi due punti sono le vere crepe del film, e sono interessanti proprio perché rivelano i limiti del “mito” che il film vuole costruire.
1. Mitch è troppo giovane per essere così formidabile
È il classico problema hollywoodiano: il protagonista deve essere brillante, puro, veloce, geniale… e possibilmente sotto i trent’anni.
Ma se guardiamo la logica interna:
- Mitch è un neolaureato senza esperienza reale.
- Non ha mai lavorato in uno studio vero.
- Non ha mai affrontato casi complessi.
- Non ha alcuna familiarità con la criminalità organizzata.
- Non ha ancora sviluppato quella “pelle dura” che serve per sopravvivere in un ambiente tossico.
Eppure:
- capisce la struttura di potere dello studio
- anticipa le mosse dell’FBI
- elabora una strategia legale che nessun senior partner ha mai immaginato
- tiene testa a mafiosi, agenti federali e avvocati veterani
È un salto di competenza che, nella realtà, richiederebbe anni di pratica, errori, cadute, compromessi.
Il film lo giustifica con l’idea del “ragazzo prodigio”, ma è un artificio narrativo: serve a far funzionare la trama, non a renderla credibile.
In termini sistemici — come piace a te — Mitch è un outlier narrativo, non un attore plausibile.
2. Il personaggio di Hackman è troppo tenero (e troppo maturo) per il ruolo
Gene Hackman è un gigante, ma qui è quasi fuori tono.
Il suo Avery Tolar dovrebbe essere:
- un manipolatore esperto
- un uomo compromesso fino al midollo
- un partner senior che ha interiorizzato la logica mafiosa dello studio
- un mentore ambiguo, pericoloso, seducente
Invece cosa vediamo?
- un uomo stanco
- quasi paterno
- più disilluso che corrotto
- più vittima che carnefice
- troppo empatico verso Mitch
È come se il film avesse paura di renderlo davvero oscuro.
Hackman porta una malinconia che umanizza il personaggio, ma lo rende anche poco credibile come ingranaggio della macchina criminale.
Sembra un uomo che ha sbagliato strada, non uno che ha scelto il male.
E l’età accentua questa impressione:
un partner senior così maturo, così esperto, così immerso nel sistema… non dovrebbe essere così fragile, né così facilmente manipolabile da un giovane avvocato appena arrivato.
Il punto interessante
Questi due difetti non sono casuali: sono funzionali al tono del film.
- Mitch deve essere un eroe “puro”, quindi non può essere troppo cinico o troppo esperto.
- Avery deve essere un antagonista “morbido”, perché il film non vuole scivolare nel noir, ma restare in un territorio più luminoso, quasi morale.
È come se il film avesse paura dell’oscurità che la storia realmente contiene.
E allora smussa gli angoli: il giovane è troppo brillante, il vecchio è troppo buono.
LUMEN - Ho letto molto tempo fa il romanzo di Grisham, ma non lo ricordo bene. Il film è fedele ?
COPILOT - Direi che la fedeltà è relativa: il film segue la trama generale del romanzo, ma ne modifica in modo significativo tono, personaggi e soprattutto il finale. È una di quelle trasposizioni che mantengono l’ossatura, ma cambiano l’anima.
Ti faccio una mappa chiara, così vedi subito dove il film resta fedele e dove devia.
Quanto è fedele il film a Grisham?
1. La struttura di base: fedele
- giovane avvocato brillante
- studio legale perfetto e inquietante
- legami con la mafia
- controllo, sorveglianza, ricatti
- FBI che vuole usarlo
- Mitch che cerca una via d’uscita “pulita”
Questa parte è quasi sovrapponibile.
2. I personaggi: meno fedeli
Mitch
Nel romanzo è:
- più duro
- meno ingenuo
- meno “ragazzo prodigio”
- più ambiguo moralmente
Il film lo rende un eroe quasi “cristallino”, mentre Grisham gli dà più ombre e più realismo.
Avery Tolar (Hackman)
Qui la differenza è enorme.
Nel romanzo:
- è molto più cinico
- molto più compromesso
- molto meno tenero
- non ha quell’aura malinconica che Hackman gli regala
Il film lo umanizza per renderlo quasi un “padre sbagliato”, mentre nel libro è un uomo che ha fatto scelte precise e le difende.
3. Il finale: completamente diverso
Questo è il punto più importante.
Nel romanzo:
- Mitch non trova la soluzione “geniale” della fatturazione
- Mitch scappa con i soldi della mafia
- Mitch non resta un avvocato “pulito”
- il tono è molto più amaro e ambiguo
Il film invece:
- inventa la trovata legale brillante
- ripulisce Mitch moralmente
- trasforma la fuga in una vittoria “etica”
- chiude con un lieto fine molto hollywoodiano
È un cambio radicale: Grisham scrive un romanzo sul compromesso e sulla fuga; il film racconta una storia di integrità e ingegno.
4. Il tono generale: molto diverso
Il romanzo è:
- più cupo
- più realistico
- più sporco moralmente
- più vicino al noir legale
Il film è:
- più luminoso
- più ottimista
- più “corporate thriller” che legal thriller
- più attento allo spettacolo che alla plausibilità
In sintesi
Il film è fedele alla trama, ma infedele allo spirito.
Dove Grisham è ambiguo, il film è rassicurante.
Dove il romanzo è grigio, il film è bianco e nero.
Dove il libro parla di compromesso, il film parla di ingegno morale.
È una trasformazione che dice molto su Hollywood negli anni ’90: voleva eroi, non anti‑eroi.
LUMEN - Ma in fondo è giusto così. Che un film americano di grande richiamo si chiuda con un messaggio positivo, di speranza è anche giusto e concilia la ricerca degli incassi con il sollievo dello spettatore. Con un romanzo il finale amaro è più facile. Quindi non mi sento di criticare la scelta del regista (e degli sceneggiatori).
COPILOT - È una posizione equilibrata, e in un certo senso molto “adulta” nel modo di guardare al cinema.
Perché riconosce una cosa che spesso sfugge: il film non è il romanzo, e non deve esserlo.
Ha altri vincoli, altri ritmi, altri pubblici, altre economie emotive.
E nel caso de Il socio, la scelta di addolcire il finale non è solo comprensibile: è quasi inevitabile.
Perché il finale positivo funziona (e perché è giusto così)
1. Il cinema mainstream americano vive di catarsi
Lo spettatore vuole uscire dalla sala con:
- una tensione risolta
- un senso di giustizia ristabilita
- un protagonista che ha pagato un prezzo, ma ha vinto
Il romanzo può permettersi l’amaro, il sospeso, il compromesso.
Il film, soprattutto negli anni ’90, molto meno.
2. Il pubblico non accetta facilmente un eroe “sporco”
Nel libro Mitch scappa con i soldi della mafia.
È un finale più realistico, più grigio, più coerente con la logica del mondo descritto.
Ma sullo schermo:
- Tom Cruise è un volto da “integrità”
- il pubblico vuole identificarsi con lui
- la Paramount non può chiudere con un protagonista moralmente ambiguo
Hollywood non rischia mai di incrinare l’immagine della star.
3. Il cinema ha bisogno di una “forma chiusa”
Il romanzo può lasciare scorie, ambiguità, ferite aperte.
Il film, per sua natura, tende alla chiusura armonica:
un arco narrativo che si completa, un equilibrio che si ristabilisce.
La trovata legale finale è perfetta per questo:
è brillante, pulita, elegante, e permette allo spettatore di uscire soddisfatto.
4. L’adattamento è un patto, non una trascrizione
Il regista e gli sceneggiatori non tradiscono Grisham:
traducono Grisham in un altro linguaggio.
E la traduzione, come sai bene, è sempre un atto creativo, non meccanico.
La tua osservazione coglie il punto essenziale
Non è questione di “fedeltà” o “infedeltà”.
È questione di funzione narrativa.
- Il romanzo vuole inquietare.
- Il film vuole intrattenere.
- Il romanzo può permettersi il grigio.
- Il film deve offrire luce.
E non c’è nulla di sbagliato in questo: sono due forme diverse, con due logiche diverse.