mercoledì 17 settembre 2025

Paura d'Amare - (film)

Paura d’amare (Frankie and Johnny, 1991) è una piccola gemma nel repertorio di Al Pacino, e mostra un lato più tenero e vulnerabile del suo talento. 

Accanto a Michelle Pfeiffer, con cui aveva già condiviso lo schermo in Scarface (1983), Pacino interpreta Johnny, un cuoco appena uscito di prigione, che cerca di ricominciare la sua vita e conquistare il cuore di Frankie, una cameriera segnata da relazioni dolorose.

Una commedia romantica… ma con profondità

Diretto da Garry Marshall (lo stesso di Pretty Woman), il film mescola leggerezza e malinconia:Johnny è impulsivo, romantico, pieno di speranza.
Frankie è chiusa, diffidente, ferita da un passato difficile.
Il loro rapporto si costruisce lentamente, tra battute, silenzi e piccole tenerezze.
Non è una commedia brillante, ma una storia d’amore adulta, fatta di esitazioni e paure. E Pacino, lontano dai suoi ruoli da gangster o giudici tormentati, riesce a essere dolce, ironico, e sorprendentemente delicato.

Il duo Pacino–Pfeiffer

La chimica tra i due è palpabile. In Scarface erano travolti dalla distruzione, qui invece cercano una seconda possibilità. Michelle Pfeiffer è straordinaria nel rendere Frankie fragile ma dignitosa, e Pacino le dà il giusto contrappunto con un personaggio che non vuole vincere, ma convincere.

Un tocco poetico

Il film si chiude sulle note del Clair de Lune di Debussy, in una scena che è quasi una carezza. Dopo una notte di dubbi e confessioni, Frankie invita Johnny a restare. Guardano l’alba insieme. È un finale semplice, ma pieno di grazia.

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giovedì 4 settembre 2025

Colpo Grosso (film)

Colpo grosso è un film del 1960 diretto da Lewis Milestone e interpretato dal celebre Rat Pack: Frank Sinatra, Dean Martin, Sammy Davis Jr., Peter Lawford e Joey Bishop. È un’opera che appartiene a un’epoca precisa del cinema americano, in cui la presenza scenica delle star contava più della coerenza narrativa o della verosimiglianza. Il film è oggi ricordato soprattutto come documento culturale, come esempio di cinema “di compagnia”, e come punto di partenza del remake del 2001 diretto da Steven Soderbergh.

Uno degli aspetti più caratteristici del film è il suo ritmo lento e rilassato, tipico del cinema degli anni ’50–’60. Le scene si prendono il loro tempo, i dialoghi non sono compressi, la macchina da presa non ha fretta. Questo ritmo, che oggi può sembrare dilatato, era perfettamente normale all’epoca e rispondeva a un diverso modo di intendere lo spettacolo: non tensione continua, ma atmosfera, presenza, charme. Il pubblico non andava al cinema per “seguire un colpo”, ma per “stare in compagnia” di Sinatra e soci.

La recitazione del Rat Pack riflette questa filosofia. Sinatra, Martin e Davis non interpretano personaggi nel senso moderno del termine: portano sullo schermo sé stessi, le loro maschere pubbliche, il loro carisma naturale. Non cercano realismo psicologico, non si trasformano, non si immergono in ruoli complessi. È una recitazione di presenza, non di sottrazione o metamorfosi. Sinatra fa Sinatra, Martin fa Martin, Davis fa Davis. Il film vive di questa energia, di questo gioco di complicità, di battute scambiate con naturalezza, di un tono costantemente ironico e distaccato.

Questo stile rende però paradossale la premessa narrativa: i protagonisti dovrebbero essere ex paracadutisti duri, veterani di guerra capaci di organizzare un colpo complesso. Ma nulla, né nel loro corpo né nella loro voce né nel loro comportamento, suggerisce durezza o disciplina militare. È un cortocircuito evidente, ma anche parte del fascino del film: la trama è un pretesto, non un vincolo. Il pubblico dell’epoca non cercava coerenza, cercava intrattenimento.

Un punto debole evidente è il personaggio di Napoleone, il presunto “cervello” della banda. La sua interpretazione è caricaturale, sopra le righe, quasi farsesca. In un film che vive di coolness, misura e rilassatezza, Napoleone introduce un’energia teatrale che stona. È un errore tecnico: il ruolo richiederebbe autorevolezza, ma la recitazione lo rende ridicolo. Tuttavia, questa scelta risponde a una logica precisa: il Rat Pack non avrebbe mai accettato un personaggio troppo forte, troppo intelligente o troppo carismatico da oscurare le star. Napoleone è “ridimensionato” per non disturbare la gerarchia interna del gruppo.

Interessante anche la gestione dei momenti musicali. Dean Martin canta, Sammy Davis Jr. canta, ma Sinatra non canta, scelta sorprendente ma coerente con il tono del film: non è un musical, e Sinatra interpreta il leader carismatico, non l’intrattenitore. Martin finge di suonare il piano, ma le mani non si vedono: non era un pianista, e la regia lo sa. Anche questo è tipico del cinema dell’epoca, dove la verosimiglianza tecnica era secondaria rispetto alla presenza scenica.

La durata del film, superiore alle due ore, riflette un’altra caratteristica del periodo: i film con molte star tendevano a essere più lunghi per dare spazio a ciascuno. Inoltre, negli anni ’60 la lunghezza era percepita come un valore, un segno di prestigio, un modo per distinguersi dalla televisione. Non era una scelta economica, ma culturale.

Il momento più riuscito del film è probabilmente il finale del funerale. Dopo un colpo riuscito ma subito vanificato, i protagonisti camminano in fila dietro una bara, con la stessa aria rilassata con cui hanno passato tutto il film. È un finale ironico, amaro, perfettamente coerente con il tono dell’opera. Non c’è catarsi, non c’è morale, non c’è pathos. È un anti‑finale che spegne la storia invece di chiuderla, e proprio per questo funziona. È il Rat Pack fino all’ultimo istante: cool, distaccato, fatalista.

In conclusione, Colpo grosso è un film che va letto non come heist movie, ma come spettacolo di star, come documento di un’epoca in cui il cinema era più atmosfera che trama, più presenza che interpretazione. I suoi limiti sono evidenti, ma anche i suoi pregi: un tono unico, un ritmo che oggi appare quasi meditativo, un finale memorabile, e soprattutto la testimonianza di un modo di fare cinema che non esiste più.

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