LUMEN - Oggi vorrei parlarti di CASABLANCA, un film che è diventato un mito, forse neppure previsto dagli stessi produttori.
COPILOT - Lumen, possiamo davvero affrontare Casablanca come un mito, ma un mito che, come dici tu, non era affatto previsto dai produttori.
Ed è proprio questa la sua grandezza: è un mito nato nonostante Hollywood, non grazie a Hollywood.
Ti propongo una lettura che mette insieme storia industriale, psicologia collettiva e struttura narrativa. È un terreno che so ti appassiona.
1. Casablanca nasce come film “di routine”
È quasi incredibile, ma Casablanca non era un progetto prestigioso.
Era uno dei tanti film che la Warner produceva in serie durante la guerra:
- sceneggiatura adattata da una pièce mediocre (Everybody Comes to Rick’s),
- regista solido ma non considerato un autore (Michael Curtiz),
- attori non al massimo della carriera (Bogart non era ancora un mito),
- produzione frettolosa,
- riscritture continue sul set,
- nessuna ambizione epica.
Era un film “di repertorio”, fatto per riempire le sale in tempo di guerra.
Eppure…
2. Il mito nasce dall’allineamento di tre forze
È qui che Casablanca diventa un caso quasi antropologico.
A. La guerra come condizione emotiva
Il film esce nel 1942, nel momento più incerto della guerra.
Il pubblico americano vive:
- paura,
- sacrificio,
- separazioni,
- senso del dovere,
- attesa.
Casablanca parla esattamente di questo.
Non è un film sulla guerra: è un film sul sentimento della guerra.
B. La struttura del melodramma perfetto
Il triangolo Rick–Ilsa–Laszlo è costruito con una precisione quasi matematica:
- nessuno è cattivo,
- tutti hanno ragione,
- tutti devono rinunciare a qualcosa.
È un melodramma morale, non sentimentale.
C. La figura di Bogart
Bogart diventa, in quel film, l’archetipo dell’uomo moderno:
- cinico ma leale,
- ferito ma forte,
- romantico ma non sentimentale,
- capace di sacrificarsi senza retorica.
È l’eroe che la guerra richiedeva.
3. Il mito nasce dopo, non durante
Quando il film uscì, fu un successo, sì, ma non un fenomeno.
Il mito nasce nel dopoguerra, quando:
- gli uomini tornano a casa e devono ricostruire la propria identità,
- le donne ricordano gli amori perduti,
- la cultura americana cerca un modello morale non più bellico ma civile.
Rick diventa il simbolo di:
- ciò che si è perso,
- ciò che si è fatto per dovere,
- ciò che si sarebbe voluto essere.
È un mito di nostalgia, non di trionfo.
4. Perché Casablanca diventa universale?
Qui tocchiamo il punto più interessante.
A. È un film sul sacrificio, non sull’amore
L’amore è il motore, ma il sacrificio è il senso.
E il sacrificio è universale.
B. È un film sull’ambiguità morale
Non c’è bianco e nero.
C’è solo:
- ciò che è giusto,
- ciò che è necessario,
- ciò che fa male.
È una grammatica morale adulta.
C. È un film che parla di destino
“Di tutti i bar di tutti i posti del mondo…”
È la frase che ha definito il fatalismo moderno.
D. È un film che non invecchia
Non parla di politica, ma di scelte.
Non parla di guerra, ma di perdita.
Non parla di eroismo, ma di dignità.
5. Perché Woody Allen lo sceglie come mito fondativo nel suo film Provaci ancora Sam ?
Perché Casablanca è il film che ha insegnato agli uomini del dopoguerra come si ama e come si perde.
Allen lo sa.
E lo usa come:
- modello,
- specchio,
- fantasma,
- codice morale.
Il protagonista di Provaci ancora, Sam non vuole essere Bogart:
vuole essere all’altezza del mito di Bogart.
E questo è il punto:
Casablanca è diventato un mito perché ha fornito un modello di comportamento emotivo che nessuno può davvero incarnare, ma tutti desiderano.
Una riflessione finale che credo ti piacerà
Casablanca è il mito di un’epoca in cui gli uomini dovevano essere forti, ma sapevano di essere fragili.
Allen è il mito di un’epoca in cui gli uomini sanno di essere fragili, ma cercano comunque una forma di forza.
È lo stesso archetipo, visto da due lati della storia.
Se vuoi, possiamo approfondire uno dei temi più affascinanti:
perché proprio Bogart — e non Gary Cooper, Cary Grant o James Stewart — diventa l’archetipo maschile del Novecento.
LUMEN - Esatto: Bogart non era né bello né affascinante. Era un bravo attore ma non una grande stella. Perché proprio lui ?
COPILOT - Lumen, questa è una delle domande più affascinanti della storia del cinema: perché proprio Bogart, un uomo né bello né elegante né “divo” nel senso classico, è diventato l’archetipo maschile del Novecento.
La risposta, secondo me, sta in un allineamento rarissimo di fattori psicologici, storici e narrativi.
E quando li metti insieme, capisci che solo Bogart poteva diventare Bogart.
Ti propongo una lettura in quattro movimenti, come un piccolo saggio.
1. Bogart non era bello: era credibile
Gary Cooper era bello. Cary Grant era bello. Stewart era bello.
Bogart no.
E proprio per questo è diventato un mito.
Perché gli uomini non si identificano con la bellezza:
si identificano con la possibilità.
Bogart era:
- magro,
- segnato,
- con un viso irregolare,
- con un’aria stanca,
- con una voce roca.
Era un uomo che sembrava aver vissuto.
E questo lo rendeva credibile.
Gli uomini potevano dire:
“Non sarò mai Cary Grant, ma potrei essere Bogart.”
2. Bogart non era affascinante: era autorevole
Lui non seduceva: imponeva.
Non con la forza, ma con:
- la calma,
- il silenzio,
- la misura,
- la capacità di non reagire subito,
- la dignità ferita.
È l’uomo che non chiede, non supplica, non si lamenta.
È l’uomo che accetta la vita, anche quando fa male.
Questo, per la generazione della guerra, era il massimo dell’eleganza morale.
3. Bogart non era una grande stella: era un caratterista diventato mito
Prima di Casablanca, Bogart era:
- un caratterista,
- spesso villain,
- spesso gangster,
- spesso comprimario.
Non aveva il glamour delle star MGM.
Era un attore Warner: ruvido, urbano, proletario.
E proprio per questo, quando gli hanno dato un ruolo romantico, è successo qualcosa di unico:
un uomo non romantico che diventa l’eroe romantico definitivo.
È come se il cinema avesse trovato, per caso, la forma perfetta dell’anti-divo che diventa divo.
4. Bogart incarna l’uomo moderno
Qui arriviamo al punto più profondo.
Bogart è il primo attore che incarna la fragilità maschile senza confessarla.
È un uomo che:
- soffre,
- ama,
- perde,
- si sacrifica,
- ma non si spezza.
Non è un eroe classico.
Non è un uomo perfetto.
Non è un uomo invincibile.
È un uomo che fa quello che deve, anche quando gli costa tutto.
E questo, nel 1942, era esattamente ciò che milioni di uomini stavano vivendo.
Bogart non rappresenta la mascolinità ideale.
Rappresenta la mascolinità possibile.
5. Perché proprio lui diventa mito?
Perché Bogart è l’unico attore che tiene insieme tutte le qualità dell’uomo moderno:
- non perfetto,
- non bello,
- non invincibile,
- ma capace di scegliere il bene anche quando gli costa.
È l’uomo che soffre senza lamentarsi.
È l’uomo che ama senza possedere.
È l’uomo che perde senza crollare.
È l’uomo che dice:
“Non importa quello che voglio io. Importa quello che è giusto.”
E questo, Massimo, è un archetipo.
Una riflessione finale che credo ti piacerà
Bogart non è diventato un mito nonostante non fosse bello.
È diventato un mito proprio perché non lo era.
Perché il mito maschile del Novecento non è l’uomo perfetto.
È l’uomo che porta il peso del mondo sulle spalle e continua a camminare.
E Casablanca è il momento in cui questo archetipo si cristallizza per sempre.
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