sabato 12 aprile 2014

L'attentato fallito - 5

Cap. 5 - Giovedì


Le indagini di Ben Wallace su Tina Perry si conclusero con l'ultimo pedinamento del mercoledì pomeriggio ed il giovedì mattina, di buon ora, Ben, si mise al lavoro, insieme a Pico, per la stesura definitiva della sua relazione. l materiale raccolto non lasciava alcun dubbio su come stavano le cose: Tina Perry aveva effettivamente un amante.
A suo modo l’uomo era un bel tipo, anzi un bel tipaccio. Alto, atletico, un viso abbastanza bello con un'espressione da duro, deciso. Peccato che facesse un mestiere davvero poco raccomandabile. Era nella malavita organizzata, e pareva che fosse un tipo importante, molto rispettato nell'ambiente. Lo chiamavano addirittura "Iceman", l'uomo di ghiaccio, per la sua freddezza. Il nome esatto non lo sapeva, ma non aveva molta importanza. Era uno di quei tipi che facevano avanti e indietro dalla prigione, ma adesso era fuori e ne approfittava per spassarsela con la moglie di Elliot Perry.
Ben aveva preso parecchie foto con la fotocamera digitale, alcune piuttosto ben riuscite, altre molto meno, come spesso succedeva, e le aveva inserite nella sua relazione in modo da completarla in modo più che soddisfacente. Sempre che soddisfacente si potesse considerare il risultato finale del suo lavoro. Il povero Elliot Perry non sarebbe stato molto contento di sapere che la moglie lo tradiva, con un mezzo gangster per di più, e il fatto che Ben avesse lavorato bene per scoprirlo non lo avrebbe reso certamente più felice. Sarebbe stato uno di quei casi della vita, apparentemente paradossali, in cui una persona preferirebbe aver speso i suoi soldi per nulla. Ma in effetti il mestiere di Ben finiva molto spesso per essere paradossale.
Ben terminò il lavoro in meno di un'ora. Ne uscì un fascicoletto di una decina di pagine che ripose nel cassetto della scrivania e che avrebbe poi consegnato al cliente. Poi prese il telefono e chiamò Elliot Perry per fissare un appuntamento, riuscendo, con molto tatto, e non comunicargli l’esito delle sue ricerche. Decisero di incontrarsi il sabato mattina alle 9,30.
Quindi, posata la cornetta, Ben prese il giornale e si concesse un po’ di relax. Tra una notizia e l’altra, la sua attenzione fu attirata dall’articolo che parlava della lettera minatoria ricevuta dal giudice Stockton. Ben lo conosceva piuttosto bene, anche se solo di vista, e non aveva una grande stima di lui. Lo considerava un tipo piuttosto duro, molto ambizioso e capace quasi di tutto per raggiungere i suoi scopi. Si diceva che avesse anche velleità politiche.
Secondo gli inquirenti si trattava di uno dei tanti delinquenti che lui aveva fatto condannare in passato e che minacciava di vendicarsi. L’articolista aggiungeva che la polizia aveva offerto al giudice una bella scorta, per proteggerlo, ma che lui aveva sdegnosamente rifiutato. Probabilmente, pensò Ben, voleva soltanto fare un po' di scena. La prossima primavera ci sarebbero state le elezioni per il sindaco e se Stockton aveva una mezza idea di candidarsi, non gli sarebbe certo piaciuto fare la figura dell'ometto impaurito. E senza rischiare troppo, visto che quelli che scrivono le lettere minatorie sono molto spesso solo dei mitomani innocui. Per un giudice di lungo corso come Stockton non era stata sicuramente la prima volta, eppure era ancora lì, vivo e vegeto. Comunque non erano affari suoi. Ben chiuse il giornale e tornò alla scrivania per riprendere il lavoro.

* * * * *

Verso le cinque del pomeriggio, il telefono personale di John Stockton squillò nel suo ufficio del Tribunale. Era Geena Howard, la segretaria.
- Vostra moglie è in linea, giudice. - disse la ragazza. Stockton non aveva dato istruzioni particolari, quel pomeriggio, per cui poteva passargli la telefonata senza problemi.
- Ok, Geena. Passa pure.
Si sentì un "clic" e la linea fu passata.
- John, sono Janet.
- Dimmi, cara. - disse lui con voce insolitamente cortese. Ormai stava per liberarsi di quella rompiscatole una volta per tutte e non gli costava niente essere gentile con lei. Anzi, per certi versi, era persino divertente.
- Sei libero sabato sera ?
- Penso di sì. Perchè me lo chiedi ?
- Siamo stati invitati a cena dai Wells.
Betty Wells, moglie di uno dei più noti avvocati di Bristow, era una cara amica di Janet. A John Stockton, Betty non piaceva molto, ma si trattava di obblighi sociali che non poteva evitare. O almeno non tutte le volte che avrebbe voluto.
Il sabato, per John, era da sempre una giornata persa, perchè quasi tutti gli impegni mondani venivano fissati proprio quel giorno, di pomeriggio o di sera. E lui ormai ci si era adattato, fissando i suoi incontri intimi con Jessica in una delle altre sere della settimana. Quella volta, però, era ancora diverso. John attendeva con ansia un invito a cena, perchè era proprio quello di cui aveva bisogno per la conclusione del suo piano. Per cui non ebbe nessuna difficoltà a rispondere a sua moglie con un tono quasi entusiasta.
- Ma certo, cara. Vengo volentieri a cena da Betty.
Janet, che si aspettava resistenze e rimostranze varie, quasi non credeva alle proprie orecchie.
- Davvero vieni volentieri ?
- Ma certo, cara. Non ho nessun impegno per sabato sera.
- Sì, ma non è che Betty ti sia mai stata troppo simpatica...
- Non è poi così male, a pensarci bene. E' solo un po' stravagante.
- Veramente il mese scorso l'hai chiamata "vecchia strega".
- Ma sì, - disse Stockton conciliante - sono cose che si dicono. Basta farci l'abitudine.
- Se lo dici tu. - disse Janet quasi incredula. Sembrava quasi che suo marito fosse tornato a comportarsi con la gentilezza dei primi anni di matrimonio. E tutto questo, a Janet, non poteva che fare enormemente piacere. Se durava...
- Per che ora sarebbe ? - chiese il giudice.
- Per le nove.
- Benissimo. Così potrò ancora vedere il notiziario della sera sulla TBS. - concluse John - Ci basterà uscire di casa per le otto e mezzo e arriveremo in tempo.
- Ma c'è sempre tanto traffico al sabato sera, John. - replicò Janet.
Brutta stupida, pensò Stockton con irritazione. Come se non fosse sempre per colpa di sua moglie, se tante volte arrivavano in ritardo agli appuntamenti. Ma ormai aveva finito di rovinargli la vita.
- Non ti preoccupare, cara. In meno di mezz'ora possiamo essere alla villa dei Wells. Basta partire in orario.
- D'accordo.
- Ah - disse lui con "nonchalanche" - a proposito... Stasera torno a casa un po' più tardi perchè ho del lavoro da finire.
Stockton era eccitato come non mai. Adesso, che tutto si stava mettendo per il meglio, sentiva il bisogno irrefrenabile di andare dalla sua Jessica.
- Va bene. - rispose Janet comprensiva.
- Pensi di cenare a casa ?
- Vedrò quando mi libero. Se posso ti telefono.
- Dirò a Delly di tenerti in caldo qualcosa.
- Ecco sì. A stasera.
- A stasera, caro.
Stockton posò il telefono e si fregò le mani soddisfatto. Poi rialzò subito la cornetta per chiamare Jessica. La sua voce calda lo fece eccitare ancora di più. Conosceva bene quella voce, ma ogni volta gli dava sensazioni incredibili, come se fosse la prima volta.
- John, tesoro, finalmente mi chiami.
- Ho avuto un mucchio da fare.
- Quando vieni da me ?
- Stasera. Tra poco.
- Vieni presto, amore mio, Ti prego. Non sai quanto mi manchi. - disse lei con voce insinuante.
- Lo so, lo so. Ti manco quanto tu manchi a me.
Jessica soffocò un risolino.
- No. Di più.
- Mezz'ora e sono lì, Jessica. Il tempo di finire un paio di cose.
- Ti aspetto.
Stockton le mandò un lungo bacio per telefono, che Jessica ricambiò con ostentata sensualità, e chiuse la comunicazione.
Adesso restava ancora una cosa da fare. Si frugò nelle tasche, ne prese un foglietto scarabocchiato e fece un altro numero di telefono. Doveva avvertire Trevor Ruffin che l'attentato sarebbe stato per sabato sera alle otto e mezzo. Ruffin si era molto raccomandato di essere avvertito con il massimo anticipo e Stockton era ben felice di accontentarlo. Fino a quel momento era andato tutto a meraviglia: non voleva certo correre il rischio che qualcosa andasse storto per una stupida negligenza. Il killer rispose al quinto squillo.

* * * * *

Trevor Ruffin posò il telefono sul comodino e si rigirò nel letto verso Tina Marshall. La ragazza, bellissima, era distesa al suo fianco, nuda, appena coperta da un brandello di lenzuolo.
- Allora, amore mio, dove eravamo rimasti ? - disse baciandola sul collo.
- Chi era al telefono ? - chiese Tina incuriosita.
- Lascia perdere. - rispose lui brusco.
Ruffin non amava parlare del suo lavoro con le donne che frequentava. Ovviamente, dopo qualche tempo, loro capivano perfettamente che tipo di mestiere lui facesse. Ma di fronte alla sua reticenza avevano abbastanza buon senso da non insistere.
Con Tina Perry, però, era un po' diverso. Anzitutto lei era un tipo speciale. Curiosa di tutto, anche di quello che riguardava il suo amante. E poi era così bella e passionale che Ruffin ne era attratto in maniera particolare. Tanto che gli riusciva difficile mantenere il silenzio quando lei gli chiedeva qualcosa. Un punto debole, questo, per un killer, certo. Ma in fondo tutti, a questo mondo, hanno i loro punti deboli. Tina, che conosceva il suo uomo, non si arrese.
- Ti prego, amore mio, dimmelo. - miagolò accarezzandogli il petto. Trevor Ruffin ebbe un brivido di piacere.
- Sai che non mi piace parlare di queste cose... - disse cercando di mantenere un tono distaccato.
- Ma io sono curiosa.
- Ah, lo so bene.
- E allora... accontentami.
Ruffin scrollò il capo sorridendo. Ma sì, che poteva dirglielo. Tanto che problema c'era ? Da Tina non poteva sicuramente venirgli nessun pericolo. Lei non lo avrebbe riferito a nessuno, perchè era sposata e non poteva certo far sapere in giro che era l'amante di un altro uomo. E di un killer per di più.
- Allora ? - insistette la ragazza accarezzandolo di nuovo.
- Non lo indovineresti mai.
- Ho sentito che lo chiamavi giudice. E' un soprannome, vero?
- No, no. - disse lui ridacchiando - E' proprio un giudice.
- Ma dai...
- Ti giuro. E pensa che si è rivolto a me proprio per un contratto.
Tina sgranò gli occhi sorpresa.
- Un giudice che vuole che tu gli uccida qualcuno ?
- Proprio così.
- E chi deve far fuori ? Un ricattatore ?
- Niente di così complicato, semplicemente sua moglie.
- Povera donna.
- Oh, per me. Basta che mi paghi.
- E come si chiama ? - chiese Tina con aria annoiata.
- La moglie ? Janet, mi sembra.
- No, dico, come si chiama lui.
- Ah, è il giudice Stockton.
Tina alzò la testa e lo guardò incuriosita.
- Ma davvero ?



domenica 6 aprile 2014

L'attentato fallito - 4

Cap. 4 - Mercoledì mattina


Come ogni mattina, Delly Marshall, la graziosissima cameriera negra di casa Stockton, entrò nell'ampio soggiorno per consegnare alla moglie del giudice i giornali e la posta della giornata. Per tradizione ormai consolidata, la signora Janet apriva e leggeva anche le lettere indirizzate al marito. Era un'abitudine presa nei primi anni di matrimonio, quando John ci teneva a darle un'impressione di lealtà e fiducia nei suoi confronti: il classico marito che non ha segreti per la moglie. Poi l'usanza era rimasta, senza un vero motivo, anche adesso, nonostante il peggiorare dei loro rapporti.
John non se ne lamentava, perchè aveva imparato ben presto come aggirare quella piccola intrusione nella sua vita privata. Alcuni anni prima si era iscritto all'"Old England", uno dei club più esclusivi di Bristow, e si faceva mandare direttamente lì tutta la posta in qualche modo riservata. La cosa non aveva destato nessuna meraviglia, perchè si addiceva perfettamente a una persona benestante e socialmente importante come lui, e funzionava benissimo. John Stockton, sfruttando il fatto che la sede del club era molto vicina al Tribunale, faceva in modo di andare al club quasi tutti i giorni, per cui poteva leggere le sue lettere riservate senza ritardo. E magari rispondere direttamente da lì, utilizzando la carta intestata che il club metteva gentilmente a disposizione dei soci. Janet, da parte sua, non sospettava di nulla, perchè una parte della posta continuava comunque ad arrivare a casa. E anche se intuiva qualcosa, non ci poteva fare nulla.
Delly si avvicinò alla poltrona dove era seduta la signora e posò il vassoio della posta sul tavolino davanti a lei. Janet la ringraziò con un sorriso e la congedò con cortesia. Janet era quasi sempre scontrosa nei rapporti con suo marito, visto che la sua vita matrimoniale non era delle più felici, ma sapeva essere molto gentile con le altre persone che le erano amiche. Forse era un modo istintivo di cercare una compensazione affettiva, o forse era soltanto un aspetto del suo carattere. Fatto sta che Delly, pur essendo solo la domestica di casa, veniva trattata dalla padrona con una intimità quasi famigliare. Il che inorgogliva sinceramente la ragazza.
Così, sia per riconoscenza, sia per un naturale sentimento di solidarietà femminile, quando i due coniugi si mettevano a litigare per qualche motivo, il che si verificava piuttosto spesso vista la situazione di crisi perenne che si respirava in quella casa, Delly non aveva esitazioni, e finiva sempre per schierarsi dalla parte della signora. Senza contare alcune spiacevoli esperienze personali. Delly ricordava ancora molto bene quello che era successo qualche anno prima, quando il "rispettabile" giudice Stockton, aveva tentato, per ben due volte e in modo neanche troppo velato, di approfittarsi della bella cameriera appena assunta. Per fortuna senza successo.
Delly sapeva che alla signora Janet piaceva parlare con lei per commentare le lettere che le arrivavano. Perciò rimase nella stanza a spolverare i mobili, mentre la signora, dopo aver dato un'occhiata distratta ai giornali, che avrebbe letto più tardi con tutta calma, apriva la posta della giornata. Le prime due buste non contenevano niente di interessante e Janet Stockton non disse nulla. Ma quando ebbe aperto la terza, curiosamente senza mittente, ebbe un sussulto.
- Oh signore Iddio ! - balbettò.
- Che succede signora - chiese Delly, che aveva capito dal tono di voce della padrona, che c'era qualcosa di grave.
- Delly, vieni a vedere.
La ragazza si avvicinò e la padrona le tese un foglio di carta bianca con dei ritagli di giornale incollati sopra, in modo da formare una frase.
- Che strana lettera - disse Delly prendendola.
- Oh Signore... - ripetè Janet incapace di connettere.
La ragazza lesse la lettera e sbiancò anch'essa. Il testo era disposto su quattro righe e diceva: “PREPARATI A MORIRE, GIUDICE STOCKTON. ADESSO SONO IO CHE TI CONDANNO E TU MORIRAI !”
La ragazza posò il foglio sul tavolino e guardò la padrona, la quale, a sua volta, si torceva le mani senza sapere bene cosa fare. Non era più in buoni rapporti con John, ma qui si trattava di una minaccia di morte. La morte di suo marito. Non era una cosa da prendere con allegria. Janet guardò Delly, che nonostante lo stupore, era riuscita a mantenersi più calma.
- Che devo fare, Delly ?
- Credo che fareste bene a telefonare al signore.
- In tribunale ? Sai che non gli piace essere disturbato.
- Ma questa è una cosa grave.
- Sì, è una cosa grave – ripetè Janet come inebetita.
- Sono certa che non si arrabbierà. E' una cosa importante, deve sapere quello che è successo.
- Sì, Delly, hai ragione.
Si alzò, si diresse verso il telefono e fece il numero diretto della segretaria personale di suo marito. Geena Howard rispose al secondo squillo.
- Tribunale di Bristow, ufficio del Giudice Stockton. Desidera?
- Sono la signora Stockton, Geena, devo parlare con mio marito.
- Non so se posso... - disse titubante la ragazza. Aveva avuto istruzioni ben precise, da parte del giudice, di non essere disturbato per nessun motivo e non aveva nessuna voglia di prendersi una sgridata per avergli disubbidito.
- E' in udienza, per caso ? - La voce di Janet era agitatissima e la segretaria se ne accorse. Capiva che doveva essere successo qualcosa di grave e non se la sentì di mentire.
- In questo momento no, però...
- Allora passatemelo subito. Vi prego.
- Provo a vedere.
- Fate presto, mi raccomando, Geena. E' successa una cosa gravissima.
Le ultime parole della moglie ebbero il potere di far cadere le ultime resistenze nella ragazza. Geena Howard premette il pulsante che escludeva la comunicazione esterna e chiamò il numero interno della stanza del giudice.
- Sì ? - disse Stockton sgarbato. Stava esaminando una causa piuttosto difficile e non tollerava di essere disturbato.
- C'è vostra moglie, giudice... - disse la ragazza esitante.
- E allora ? Lo sai che non voglio essere disturbato.
- Sì, lo so. Ma mi ha detto che è una cosa grave.
Stockton ebbe un attimo di esitazione poi si rese conto di quello che era successo. Janet doveva aver ricevuto la lettera minatoria che lui stesso aveva provveduto a compilare e spedire, e adesso era agitatissima. Ottimo. Tutto stava andando a meraviglia.
- Va bene, va bene, Geena... - disse alla ragazza, sempre con tono burbero, tanto per rispettare la parte – passamela pure.
- D'accordo.
- Ma non voglio altre interruzioni, dopo.
- No certo, giudice.
Geena Howard premette un paio di pulsanti e gli passò la comunicazione.

* * * * *

Dopo essersi divertito un po' con sua moglie, cercando il più possibile di terrorizzarla senza darne l'impressione, Stockton alzò di nuovo il telefono e chiamò il capo della polizia di Bristow, Vernon Fleming. Aveva bisogno di coinvolgerlo direttamente per la migliore riuscita del suo piano. E d'altra parte voleva comportarsi in modo logico anche agli occhi di Delly, che dopo la morte della moglie sarebbe stata una testimone preziosissima a suo favore, per cui non poteva evitare di segnalare il fatto alla polizia.
Il problema era piuttosto un altro. Fleming era un tipo molto scrupoloso e lo conosceva da anni, per cui avrebbe sicuramente insistito per affidargli una scorta. Mentre lui, ovviamente, con quello che aveva in mente, non aveva nessuna voglia di avere degli agenti tra i piedi. Stockton, però, era fiducioso di poter rintuzzare i tentativi di Fleming senza troppa difficoltà. Anzitutto la Polizia era sempre a corto di uomini, e distaccarne un paio alla sua protezione voleva dire sguarnire altri settori. Il Capitano Fleming, questo, lo sapeva bene. E se da un lato non poteva non offrire la sua protezione a un giudice, dall'altra l'avrebbe fatto senza troppo entusiasmo. Così, se la "vittima" avesse cortesemente rifiutato di ricevere la scorta, Fleming non avrebbe avuto nessun motivo per insistere più di tanto. Perciò a Stockton bastava fare leva sui legittimi desideri dell'altro per riuscire nel suo intento.
Ma questo non era l'unico argomento a suo favore. C'era anche il fatto che quella che aveva ricevuto, in fondo, non era che una semplice lettera minatoria. Stockton, in passato, ne aveva già ricevute altre, anche se un po' più blande, e non era mai successo niente. Si fosse trattato di una serie di lettere, tutte provenienti dalla stessa fonte, forse Fleming avrebbe pensato a qualcosa di veramente serio e avrebbe insistito, ma per il momento era prematuro. E Stockton, d'altra parte, non aveva nessuna intenzione di complicarsi la vita inviandosi altre missive. Per quello che stava architettando, una sola lettera era più che sufficente. In sostanza aveva tutti i motivi per stare tranquillo.
Il centralinista della Polizia fu piuttosto efficiente e in pochi secondi Stockton ebbe in linea il Capitano Fleming. Il giudice lo salutò cordialmente e gli spiegò con voce tranquilla quello che era successo. Cercò di mostrarsi tutt'altro che preoccupato, e riuscì perfettamente nel suo intento. Fleming, come previsto, gli offrì un paio di agenti per un certo periodo, ma Stockton respinse sdegnato l'ipotesi di una scorta. E il capitano Fleming, anche se a parole insisteva, era in realtà ben felice di accontentarlo. Così si limitò a raccomandare al giudice di essere prudente e di informarlo subito nel caso avesse ricevuto un'altra lettera, o avesse visto qualcosa di sospetto. Stockton glielo promise solennemente e il colloquio finì lì.
Fleming terminò la telefonata e non ci pensò più. Rimosse rapidamente dalla sua mente il problema di Stockton e si rituffò senza esitare nel lavoro che aveva per le mani. Aveva ben altro per la testa il Capo della Polizia di una città come Bristow che non fare la balia a un giudice, anche se importante, solo per una banale lettera anonima !
Stockton, invece, posò l'apparecchio con un sorriso e si appoggiò soddisfatto allo schienale della poltroncina. Prese un bicchiere e si concesse una dose generosa del suo cognac preferito. Tutto stava andando esattamente come previsto e, pensò con legittimo orgoglio, non poteva essere che così. Lui era un tipo troppo in gamba, per tralasciare anche il più piccolo dettaglio. E chi ha l'intelligenza e la pazienza di curare con attenzione anche i minimi dettagli, si disse, non può fallire.

domenica 30 marzo 2014

L'attentato fallito - 3

Cap. 3 - Lunedì


Lunedì sera il tempo incominciò a peggiorare rapidamente e si mise a fare piuttosto freddo. La temperatura si era abbassata di colpo di parecchi gradi e un forte vento spazzava impietoso le vie della città.
Alle dieci in punto, un'auto sportiva di colore scuro si fermò di fianco al grande cancello, sempre aperto, che delimitava l'uscita nord del parco centrale di Bristow.
Vista la temperatura, il giudice Stockton si limitò a mettere in folle il motore, ma non lo spense per poter mantenere in funzione il riscaldamento. Si guardò intorno nel buio, ma non c'era nessuno in vista. Guardò l'orologio: era in orario perfetto, ma Ruffin non si vedeva. Probabilmente è un tipo ritardatario, pensò. Strano, perchè chi fa il killer di professione deve essere abituato alla massima precisione. Anche Stockton era un tipo preciso che amava la puntualità, ma quella sera non aveva fretta. Mai mettersi nelle condizioni di avere fretta, quando si devono concludere affari importanti: si rischia soltanto di combinare dei disastri.
Si sistemò più comodamente sul sedile, si accese con gesti calmi e tranquilli una sigaretta e si preparò ad aspettare. Passò un vecchio ubriaco, poi una coppia di fidanzati, che camminavano svelti, abbracciati stretti stretti uno all'altra, come per ripararsi dal vento freddo della sera. Dopo dieci minuti una figura alta, avvolta in un pesante giaccone di pelle marrone, uscì da dietro un grosso albero e si avvicinò all'auto. La faccia di Stockton era in ombra e Ruffin non lo riconobbe subito.
- Non siamo molto puntuali, eh ? - lo apostrofò il giudice, comunque disturbato da quel ritardo.
- Certo che sono puntuale. - replicò sprezzante il killer - Ma sono anche prudente.
- Che vuoi dire ? - chiese Stockton, leggermente irritato. Ruffin fece un gesto con la mano, ad indicare il grande parco che si stendeva dietro di loro.
- E' da mezz'ora che sono qui. Ma prima di farmi vedere ho voluto essere tranquillo, che non ci fossero movimenti strani in giro.
- Ah.
- Senza prudenza non si va lontano, nella vita. Meno che mai nel mio lavoro.
- OK. - convenne il giudice rabbonito - Tutto tranquillo ?
- Direi di sì.
- Allora sali.
Ruffin fissò la figura del giudice avvolta nella penombra. Poteva intravedere il colletto della camicia, la cravatta e persino il mento dell'uomo, ma non il resto del viso, per cui non riusciva proprio a riconoscerlo.
- La tua voce non mi è nuova, amico. Ci conosciamo, forse ?
- Certo che ci conosciamo. Ma adesso muoviamoci.
Ruffin fece il giro dell'auto, salì sul sedile e richiuse rapidamente la portiera. Stockton mise in moto e ripartì.
- Sono il giudice Stockton, Ruffin, quello del tuo ultimo processo.
- Maledizione ! - esclamò Ruffin, mentre un lampo di paura attraversava i suoi occhi.
Istintivamente, mise la mano nella tasca del giaccone per prendere la pistola, ma la voce di Stockton lo fermò.
- Lascia stare la pistola, Trevor. Non è una trappola questa.
- No ? E chi me lo dice ? - replicò Ruffin guardingo con la mano ancora infilata nella tasca.
- Te lo dico io. Sarebbe ben puerile come trappola, non credi ? Ti ho appena assolto. Come potrei incriminarti di nuovo ?
- E che ne so ? Non sono un avvocato io.
- Ecco, appunto. Allora stai tranquillo e ascolta quel che ho da dirti.
L'uomo si rilassò un poco e tolse la mano dalla tasca. L'auto viaggiava a velocità moderata verso la parte più periferica della città. Stockton doveva fare un lungo discorso al suo passeggero e preferiva evitare le strade strette e piene di traffico del centro. Molto meglio i lunghi ed ampi viali della periferia, che non richiedevano un'attenzione di guida particolare.
- Allora, perchè mi vuoi parlare ? - chiese Ruffin dopo qualche minuto.
- Te l'ho già detto, no ?
- Un contratto ?
- Proprio così.
- Tu ? Un giudice ?
- Perchè no ? Sono un uomo anch'io, non ti pare ?
- Ok, Ok. E chi sarebbe il bersaglio ?
- Mia moglie.
Trevor Ruffin ebbe un sorriso. La solita storia di tante altre volte. Sembrava che la gente corresse a sposarsi tutta contenta, solo per poi scoprire, dopo un po' di anni, di non poter assolutamente sopportare la persona che si era scelta. Fino al punto, alle volte, di volerla ammazzare. Molto meglio fare come lui. Quando trovava una ragazza che gli piaceva, la pigliava e se la portava a letto. Poi, quando era stufo, le diceva semplicemente di andarsene e se la levava di torno dal mattino alla sera, senza tante complicazioni. Ma la gente era così stupida...
- Sarà un lavoretto pulito e senza rischi. - stava dicendo Stockton.
- Me l'hai già detto al telefono, questo, ma non ci credo.
- Invece devi crederci, Trevor, perchè ho già programmato tutto. E poi ci sarò io, a sviare le indagini. In fondo sono un giudice importante, qui a Bristow, e la mia parola vale pur qualcosa. Se darò le indicazioni adatte, tu sarai l'ultima persona la mondo che potranno sospettare.
Ruffin borbottò qualcosa tra sè, ma non fece commenti.
- Non sei convinto ? - insistette Stockton.
- Ok, diciamo che potrei convincermi.
- Così va meglio.
- Dipende anche dal prezzo.
- Certo, certo.
- Quanto sarebbe ?
- 20 mila dollari.
- Troppo pochi.
- Andiamo, Trevor... - disse il giudice con tono bonario - Ti ho detto che è una cosa sicura.
- Me l'hai detto, ma non me l'hai ancora dimostrato.
Stockton sorrise. Si aspettava di arrivare a questo punto, e questo voleva dire che Ruffin avrebbe finito per accettare. Si voltò a guardare il suo interlocutore.
- Allora facciamo così: io ti spiego per bene come intendo organizzare la cosa e tu valuti il rischio. Se davvero il rischio è minimo accetti i 20 mila dollari.
- Altrimenti ?
- Altrimenti, - disse Stockton stringendosi nelle spalle - tu rifiuti l'incarico e io mi cerco qualcun'altro un po' meno schizzinoso.
Ruffin ci pensò su un poco e dovette convenire che Stockton non aveva poi tutti i torti. Certo lui era uno dei migliori, sulla piazza, ma non era neppure l'unico che facesse certi lavoretti. Se davvero era una cosa facile, il giudice poteva sempre cercarsi qualcun altro e lui avrebbe perso l'incarico.
- D'accordo. - disse Ruffin a denti stretti. - Sentiamo un po' questa storia.
Stockton imboccò un lungo viale alberato e incominciò a raccontare con voce tranquilla.
- Io abito in Lincoln Street, proprio nel centro della città. Davanti al mio palazzo c'è l'agenzia principale di Bristow del First National Bank. Quindi di sera, dopo la chiusura degli uffici, in quel tratto di strada non c'è praticamente nessuno e non è neppure illuminato molto bene.
Ruffin ascoltava attento, senza parlare.
- Tu arrivi in auto, verso sera - continuò Stockton - e parcheggi lì davanti, approfittando del buio. Quando io e mia moglie usciremo, tu dovrai spararle. Hai un fucile di precisione ?
- Posso procurarmelo.
- Allora usa quello. La strada è piuttosto larga e l'arma deve essere potente e precisa.
- Non c'è' problema.
- Poi fuggirai in auto. Io dirò di aver visto l'auto fuggire, ma di non aver potuto prendere il numero della targa. Segnalerò alla polizia solo il tipo di auto e il colore, e, per maggior sicurezza, indicherò dei dati completamente diversi da quelli veri. Così nessuno potrà risalire fino a te.
- Mmm, non mi convince del tutto.
- Perchè ?
- Tua moglie lavora ?
- No. Sta in casa.
- Ha una vita sociale particolarmente intesa ?
- Beh, no. Perchè ?
- Perchè non credo che chi fa una vita simile possa avere dei nemici.
- E allora ?
- E allora chi vuole che possa volere la sua morte ? La polizia non lo penserà nemmeno per un momento e sospetterà subito di te, che sei il marito. Metteranno in dubbio la tua testimonianza, dopodichè anche io potrò trovarmi nei guai.
Il giudice Stockton si concesse un sorriso.
- Infatti, ci avevo già pensato anch’io, Ruffin. Ma la soluzione c’è ed è piuttosto semplice.
- Sentiamo.
- Faremo in modo che mia moglie non sembri il vero obbiettivo dell'attentatore, ma solo una vittima casuale.
- E chi sarebbe il vero bersaglio ?
- Io.
- Mmm. Mica male come idea. - ammise Ruffin.
- Non è una cosa frequente, ma è già successa. Il killer si organizza per uccidere Tizio e invece ci va di mezzo Caio. Una bella sfortuna, ma la vita è piena di episodi sfortunati. Mia moglie sarà solo una povera donna, dalla vita irreprensibile, che ha avuto la sfortuna di trovarsi al fianco di suo marito in un momento drammatico. Nient'altro.
- Mmm... - fece Ruffin, dubbioso. Era abituato a ponderare molto, prima di accettare un'idea, e analizzava sempre le varie ipotesi con grande attenzione - Siamo sicuri che la polizia crederà a questa storia ?
- Perchè no ?
- Tu sei più credibile, come bersaglio, siamo d'accordo. Ma non si uccide un giudice senza un motivo. E la polizia dovrà cercare un movente.
- Niente paura, Trevor. Ho pensato anche a questo. Non farò altro che prepararli psicologicamente.
- Cioè ?
- Nei prossimi giorni mi invierò una lettera anonima di minaccia e poi andrò a denunciarla alla polizia. Loro non avranno motivo di non crederci e... "voilà", il gioco è fatto.
Ruffin restò di nuovo in silenzio, soppesando i vari aspetti di quella storia. Sì, tutto sommato il rischio era davvero ridotto. Non c'erano motivi ragionevoli per cui dovesse andare storto. E, d'altra parte, nel suo mestiere una parte di rischio era ineliminabile. Non si poteva sempre dubitare di tutto, altrimenti si finiva per non fare più niente.
- Ok, giudice, mi hai convinto.
- Oh, molto bene.
- Adesso scendiamo nei dettagli. Che giorno e che ora ?
- Non lo so ancora. Sicuramente ho bisogno ancora di un po’ di tempo, perchè devo preparare la lettera minatoria, mandarmela e fare un po’ di scena con la polizia. Comunque sarà di sera, perchè abbiamo bisogno che faccia buio. Diciamo una sera di questa o della prossima settimana. Alla prima occasione in cui ci capiterà di uscire per andare a cena da qualche parte.
- Per me un giorno vale l'altro. Ma devo programmarmi per tempo.
- Sì, certo. Lo so. Te lo farò sapere per telefono appena possibile.
- Ok, proseguiamo. - continuò Ruffin con voce decisa – Qual è il numero del portone di casa Tua ?
- L'89.
- Quale sarà il segnale per muovermi ?
- L'accendino.
Ruffin ascoltava attentamente, senza prendere appunti. Aveva l'abitudine di non scrivere mai niente di quello che gli serviva per il suo lavoro, perchè non voleva correre il rischio di lasciare delle tracce pericolose in giro. Un suo collega era finito all'ergastolo per un semplice biglietto finito in mani sbagliate, e lui non aveva nessuna intenzione di imitarlo. Molto meglio limitarsi a memorizzare tutto. Tanto più che lui aveva un'ottima memoria, bel allenata, e non aveva mai dimenticato niente.
- Io scenderò dalle scale per primo, - stava dicendo Stockton - tanto mia moglie è sempre l'ultima a essere pronta. Uscirò dal portone e quando sentirò che sta per raggiungermi, tirerò fuori l'accendino come per accendermi una sigaretta. L'accendino però mi scapperà di mano e io mi chinerò per raccoglierlo. In quel momento mia moglie sarà proprio dietro di me e tu sparerai. Poi scapperai a tutta velocità. Che auto userai ?
- Non lo so. Ne ruberò una per maggior sicurezza.
- Meglio. - disse Stockton - Comunque farò in modo di dare indicazioni false ugualmente. "Melius est abundare quam deficere".
- Che cos'è ? - chiese Ruffin sospettoso.
- Latino. - disse Stockton con un sorriso - Un vecchio vezzo di noi giudici. Vuol dire che in certi casi è meglio abbondare con le cautele, che non risparmiarsi.
Ruffin sbuffò, leggermente a disagio, conscio che l'altro aveva tirato fuori la sua cultura solo per fargli pesare la propria superiorità. Ma poi lasciò perdere e tornò rapidamente al problema che lo interessava.
- E per i soldi ?
- Abbiamo detto ventimila, no ?
- Sì, certo. Ma pagati come ?
- Metà come anticipo. Il resto a lavoro finito.
- A quando l'anticipo ?
- Anche subito, se vuoi. - disse Stockton con un sorriso. Mise una mano in tasca, ne estrasse un grosso fascio di banconote e lo porse a Ruffin.
- Ecco qua, Trevor.
Senza parlare, il killer prese il mazzo di banconote e le infilò nel giaccone senza contarle.
- Per il saldo ci vedremo tre giorni dopo l'attentato – continuò Stockton - Ci ritroveremo allo stesso posto e alla stessa ora di stasera.
- Per me va bene. - concluse il killer.
Era davvero un lavoretto pulito e Ruffin poteva esserne soddisfatto. Senza contare che, in quel momento, i ventimila dollari gli facevano maledettamente comodo. Stockton guardò l'orologio sul cruscotto. Si era fatto piuttosto tardi e aveva appuntamento con Jessica, quella sera.
- Direi che siamo a posto. Dove ti lascio ?
Ruffin guardò fuori dal finestrino e vide che erano vicini a una stazione della metropolitana.
- Lasciami pure qui.
- Ok. Allora Ti telefono appena posso.
- D'accordo.
L'auto si fermò accostando al marciapiede. Trevor Ruffin fece un breve cenno di saluto e scese dalla vettura, allontanandosi rapidamente in direzione della metropolitana. Il giudice Stockton restò per qualche secondo a guardare il suo uomo che si dileguava nel buio della notte, poi ripartì con una rapida accelerazione. Jessica lo aspettava, e lui non vedeva l'ora di trovarsi tra le sue braccia.